Ansia: amica e nemica

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L’ansia amica o nemica?

Tutte e due: è un’emozione umana e per questo fondamentale… anche se a volte, può giocarci qualche scherzetto.

Anche se può sembrare assurdo, l’ansia è nostra amica: in questo articolo ti spiego cos’è l’ansia e perché è necessaria alla nostra sopravvivenza…

…ma anche come e perché, alcune volte, possiamo percepirla come un ostacolo apparentemente invalicabile per gli obiettivi della nostra vita quotidiana.

Tempo di lettura dell’articolo: 10 minuti

Indice

  1. Tutti proviamo ansia
  2. Esistono due tipi di ansia
  3. Le caratteristiche dell’ansia
  4. Fattori neurobiologici dell’ansia
  5. Ansia e pensieri
  6. Ansia: un modello cognitivo
  7. L’ansia può scomparire?
  8. Ansia: amica o nemica?
  9. Riferimenti bibliografici

Tutti proviamo ansia

L’ansia è un’emozione umana e come tale tutti noi la sperimentiamo nel corso della nostra vita: quando siamo in ritardo per un appuntamento importante di lavoro, prima di un esame, durante una telefonata al medico di base o quando chiediamo di uscire alla persona che ci piace.

L’ansia si scatena nel momento in cui percepiamo una minaccia: è una risposta complessa che ci permette di prepararci al pericolo e metterci al sicuro. Il problema però è che non sempre l’ansia è la risposta più adatta e adeguata al contesto: a volte sembra sopraffarci e ci sembra di perdere il controllo della nostra mente e del nostro corpo, restando immobilizzati con il cuore che ci batte all’impazzata.

Esistono due tipi di ansia

L’ansia è contemporaneamente nostra amica e nostra nemica: possiamo infatti distinguere due tipi diversi di ansia a seconda del loro impatto sulla nostra vita.

L’ansia protettiva e l’ansia patologica, quella che nel DSM-5-TR viene racchiusa nella categoria dei disturbi d’ansia. Soprattutto al giorno d’oggi, in cui i livelli di stress (e quindi di cortisolo!) sono molto alti, l’influenza del nostro stile di vita su come percepiamo la nostra ansia è molto grande. Possiamo infatti andare a definire una vera e propria “curva dell’ansia” per facilitare la visualizzazione di come l’ansia sia correlata alla performance e di come può essere, a seconda del caso, nostra alleata o ostacolo nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

L’ansia può rivelarsi nostra amica quando si trova proprio al centro della curva, nel suo livello ottimale: ci sprona ad agire e a cambiare. Quando è troppo bassa, invece, non porta a nessun tipo di cambiamento (e, anzi, può portare a tanti guai! Se non ci interessa di un esame e non ci sale un pochino di ansia, come troviamo la motivazione per studiare?). Ma può anche succedere che l’ansia sia troppa! In questo caso, l’ansia sale così tanto che ci blocca e non siamo più in grado di occuparci di ciò che succede intorno a noi e dentro di noi. Iniziamo così a provare tutta una serie di emozioni e sensazioni spiacevoli.

Le caratteristiche dell’ansia

L’ansia è una risposta del nostro organismo ad una minaccia di pericolo percepita come imminente: è una risposta complessa, che come scopo ha quello di farci sopravvivere. Pensa che è stata descritta già nei tempi dell’antica Grecia!

L’ansia si compone di quattro caratteristiche: fisiologiche, cognitive, emotive e comportamentali. Questo significa che l’ansia, quando si presenta, porta a modificazioni fisiologiche (come ad esempio la tachicardia o l’aumento della sudorazione) ma anche a modificazioni del nostro modo di pensare e ragionare, delle nostre manifestazioni affettive e comportamentali.

Anche se può sembrare strano, l’ansia generalmente è nostra alleata perché ci permette di adattarci all’ambiente: ciò che ti spinge a studiare per un esame o a prepararti per una presentazione di lavoro è proprio l’ansia!

Alcune volte però, l’ansia si trasforma in nemica ed è necessario un intervento clinico: inizia ad assumere caratteristiche pervasive e invalidanti. Iniziamo a cadere in un circolo vizioso di pensieri disfunzionali catastrofici, viviamo in uno stato di allarme costante, compromettendo la nostra vita quotidiana e diventando ipersensibili agli stimoli.

Fattori neurobiologici dell’ansia

L’ansia coinvolge anche il nostro cervello: mente e corpo infatti non sono entità separate e indipendenti. Sono diverse le aree del nostro cervello che sono connesse al regolare le emozioni e a riconoscere i segnali di pericolo: amigdala, talamo e corteccia prefrontale ne sono solo alcuni tra gli esempi più importanti.

Gioca un ruolo fondamentale anche il nostro sistema nervoso autonomo, costituito da sistema simpatico e parasimpatico. Il sistema simpatico ha il compito di attivarsi in situazioni di pericolo: ci prepara alla sopravvivenza. Ha infatti la funzione adattiva di accendersi nelle situazioni di minaccia e di pericolo, attivando alcuni processi interni involontari del corpo. Il compito del sistema parasimpatico invece è quello di rallentare i processi interni di iperattivazione: riporta il nostro organismo ad uno stato di calma e omeostasi. Nel corso dell’evoluzione abbiamo sviluppato tre principali strategie che possono attivarsi in situazioni percepite come potenzialmente pericolose: attacco, fuga e congelamento.

Ansia e pensieri

Interpretiamo il mondo attraverso il nostro pensiero e spesso la nostra mente utilizza delle scorciatoie, attraverso bias, aspettative e schemi, per risparmiare energia. Soltanto che non sempre queste strategie sono funzionali e corrette, anzi: possono trasformarsi in vere e proprie distorsioni cognitive.

Un altro elemento fondamentale è il rimuginio, anche detto worry, una forma di pensiero ripetitivo rivolto al futuro, che viene interpretato in chiave catastrofica. I pensieri del rimuginio sono giudicati come incontrollabili e intrusivi. Il rimuginio può essere connesso anche a problemi di concentrazione e di insonnia, ed è spesso associato a sintomi ansiosi.

Ansia: un modello cognitivo

Secondo la Terapia Cognitivo Comportamentale non è la situazione in sé, ma la sua interpretazione, a determinare le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Cioè, diventa fondamentale il mondo in cui elaboriamo cognitivamente la realtà che ci circonda e non la realtà stessa di per sé.

Dunque anche l’ansia disfunzionale deriva da una erronea valutazione di pericolo di una situazione, che quindi non è oggettiva. Secondo questo modello, in una prima fase c’è la modalità di orientamento, dove lo stimolo viene “etichettato” come positivo, negativo o neutro.

Se viene etichettato come negativo, si avvia la modalità primitiva di minaccia, cioè la via che porta direttamente all’amigdala. Quando si attiva questa via non riusciamo a prendere in considerazione nessun altro tipo di informazione.

Successivamente abbiamo una rivalutazione elaborativa secondaria che serve a correggere o a confermare gli schemi attivati dalla modalità primitiva di minaccia. Durante questa fase, tramite le risorse di coping, valutiamo la nostra capacità di fronteggiare lo stimolo avverso. Possiamo quindi adottare, nei confronti della minaccia, dei comportamenti più flessibili e sani.

L’ansia può scomparire?

La risposta breve è no: non si può far scomparire l’ansia dalla nostra vita.

Questo perché l’ansia è un’emozione umana e come tale ha i suoi scopi: abbiamo infatti visto che è una reazione naturale e istintiva che ci permette di proteggerci e prenderci cura di noi nei momenti di pericolo.

Possiamo però, grazie alla terapia, correggere quelle che sono interpretazioni errate e catastrofiche dello stimolo, sviluppando un modo di pensare più flessibile e agendo su quelli che possono essere alcune abitudini stressanti che alimentano la nostra ansia.

In terapia, dunque, si può lavorare per…

…correggere le interpretazioni erronee di pericolo;
…sviluppare un modo di pensare più costruttivo e flessibile;
…aumentare le capacità personali di fronteggiare e risolvere i problemi;
…valutare in modo adeguato le risorse che già possediamo per affrontare le situazioni difficili.

Ansia: amica o nemica?

Tu non sei i tuoi pensieri. Ma la tua sofferenza è reale: perché anche se non si vedono, pensieri e parole creano ferite profonde. Quando ci fondiamo con i nostri pensieri, non riusciamo più a distinguere la realtà oggettiva dalle nostre credenze catastrofiche.

Questo però non significa che i tuoi pensieri siano la realtà. Anche se il dolore che provocano è pesante e tangibile, i nostri pensieri restano solo pensieri. Interpretazioni della realtà. E può sembrare una grande contraddizione, ma in realtà non è così: è quando ci fondiamo con i nostri pensieri che si genera la sofferenza. E quando proviamo a controllarli, non finiamo altro che creare altro dolore, in un ciclo infinito di sofferenza.

Ma i pensieri sono solo pensieri: non è possibile controllarli o domarli. E in terapia si lavora proprio su questo. Quello che possiamo fare è cambiare il rapporto che abbiamo con i nostri pensieri, interrompendo il ciclo della sofferenza e provando a vederli finalmente per quello che sono davvero: pensieri.

Lo scopo del presente articolo è puramente informativo e divulgativo: non si sostituisce ad un percorso di terapia personale o a un iter diagnostico, ma ha il solo scopo psicoeducativo.

Riferimenti bibliografici

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Wells, A. (1997). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. Milano: McGrawHill.
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