Erustiche e bias in terapia

euristiche e bias

Il nostro cervello è una macchina che si è perfezionata attraverso anni di evoluzione, ma anche lui fa degli errori di valutazione durante il processo della presa di decisioni: euristiche e bias ci influenzano ogni giorno.

La nostra mente utilizza due vie per elaborare il mondo: una più lenta e accurata e una più veloce e semplicistica. Per risparmiare preziosa energia infatti, il nostro cervello utilizza processi di elaborazione rapidi e intuitivi, solo che alcune volte in questo modo finisce per cadere in errore.

Oggi parliamo di euristiche, bias cognitivi e del loro legame con la terapia cognitivo-comportamentale.

Tempo di lettura: 10 minuti

Indice

  1. Bias e euristiche: le scorciatoie del nostro cervello
  2. Le euristiche
  3. Dalle euristiche ai bias cognitivi
  4. Bias e terapia: quali implicazioni?
  5. Conclusioni
  6. Riferimenti bibliografici

Bias e euristiche: le scorciatoie del nostro cervello

Il nostro cervello è una macchina molto potente, ma consuma anche molta energia: proprio per questo utilizza quelle che potremmo definire come “scorciatoie” per interpretare il mondo e velocizzare i processi di elaborazione sensoriale, emotiva e cognitiva quando dobbiamo prendere delle decisioni.

Centinaia, anzi migliaia di stimoli attraversano ogni giorno i nostri cinque sensi: queste informazioni sono così tante che sarebbe impossibile elaborarle tutte e consapevolmente. Proprio per questo la nostra mente ha due vie di elaborazione: una più veloce e intuitiva e l’altra invece più lenta e generalmente anche più accurata.

Ogni giorno infatti ci ritroviamo a dover prendere decisioni velocemente, in modo rapido e spesso automatico e queste “scorciatoie”, o “escamotage”, – che identifichiamo in euristiche e bias cognitivi – ci aiutano in questo processo (anche se non sempre sono accurate o hanno successo nell’aiutarci a perseguire i nostri obiettivi).

Le euristiche

La via di elaborazione più veloce e intuitiva del nostro cervello ricorre a quelle che vengono chiamate euristiche: cioè delle scorciatoie cognitive che ci permettono in modo estremamente veloce e immediato di prendere decisioni, in quanto ci permettono di costruire un’idea, seppur generale e poco specifica, su diversi argomenti e che quindi ci consentono di arrivare a conclusioni e a soluzioni in modo piuttosto rapido.

Le euristiche ci permettono dunque di filtrare e gestire le informazioni, di fare una stima della situazione e (anche se non sempre in modo accurato e corretto), di giungere a delle conclusioni con minimi sforzi dal punto di vista cognitivo (dopotutto, il nostro cervello è una macchina che fa di tutto per risparmiare le preziose risorse energetiche che ha a sua disposizione).

Quando le euristiche falliscono abbiamo i così detti bias cognitivi: degli errori di valutazione del primo sistema rapido e veloce di elaborazione e presa di decisioni, errori che possono però avere un’influenza negativa sulla nostra vita e sul nostro benessere.

Dalle euristiche ai bias cognitivi

I bias cognitivi dunque possono essere definiti come delle euristiche fallimentari e inefficaci, non aderenti alla realtà, acritiche: sono espressione di giudizi e di pregiudizi rivolti a cose, situazioni e stimoli con i quali in realtà non si ha avuto a che fare; si basano su percezioni errate, deformate, basate su ideologie, che finiscono per impattare la nostra quotidianità.

I bias cognitivi più comuni

Sono diversi i bias, o errori, cognitivi più frequenti. Qui di seguito ne elenchiamo alcuni dei più famosi:

  1. Bias di conferma: tendiamo a scegliere prospettive che confermano e alimentano i nostri punti di vista, le nostre preferenze e le nostre credenze pre-esistenti, selezionando le informazioni che confermano ciò che già crediamo di sapere e che riteniamo giusto.
  2. Fallacia di Gabler: tendiamo a dare più importanza agli eventi del passato, che influenza anche le nostre prospettive, valutazioni e decisioni attuali, al di là dell’effettivo realismo di queste credenze.
  3. Bias dello status quo: tendenza a resistere al cambiamento, che viene giudicato come spaventoso e minaccioso, preferendo le cose così come sono al tempo presente.
  4. Bias della negatività: tendiamo a rivolgere più attenzione e importanza, a ricordare più facilmente, elementi, ricordi e stimoli negativi – che spesso vengono considerati anche come i più importanti, dando maggior peso agli errori e screditando i successi o i risvolti positivi.
  5. Illusione della frequenza: tendenza a selezionare e a dare rilevanza maggiore agli stimoli che ci riguardano, distorcendo la percezione, appunto, della frequenza di tali eventi e caratteristiche.
  6. Bias dell’ottimismo: tendenza a sottostimare le difficoltà e a percepire in modo ottimistico il futuro anche a discapito di considerazioni e valutazioni realistiche.
  7. Bias di omissione: tendiamo a preferire in modo sistematico scelte di omissione a discapito di quelle d’azione, anche quando i rischi o le implicazioni morali sono alte.
  8. Bias del presente: tendiamo a prendere decisioni sulla base della gratificazione istantanea ed immediata, sostanzialmente concentrandoci sul breve termine e dimenticando le prospettive a lungo termine.

Bias e terapia: quali implicazioni?

Dunque, euristiche sono modi del cervello umano di risparmiare energia e di prendere decisioni con velocità in situazioni ambigue. Solo che non sempre questa via intuitiva e rapida è accurata, anzi, molto spesso è soggetta a diversi errori di valutazione: ed è in questo caso che abbiamo i bias cognitivi, dei veri e propri fallimenti di valutazione in quanto non aderenti alla realtà.

Queste scorciatoie sono un funzionamento del cervello che diventa disfunzionale nel momento in cui è rigido e inflessibile e ci porta a interpretare il mondo, gli altri e noi stessi in modo irrealistico. Nel contesto della Terapia Cognitivo-Comportamentale è l’interpretazione della sua situazione e non la situazione reale di per sé, a determinare le conseguenze emotive, comportamentali e fisiologiche dell’individuo. Questa interpretazione viene spesso identificata nei pensieri automatici del paziente, influenzati da credenze intermedie e profonde che si sono sviluppate e cristallizzate durante le sue esperienze di vita.

Le distorsioni cognitive

Uno degli obiettivi terapeutici nell’approccio Cognitivo-Comportamentale è dunque identificare e riconoscere i nostri bias, per poi modificarli e renderli più realistici attraverso la ristrutturazione cognitiva. A questo fine sono stati identificati gli errori di pensiero più comuni, denominati distorsioni cognitive.

Le principali e più comuni distorsioni cognitive individuate da A.T. Beck sono:

  1. Catastrofizzazione. Ci si aspetta che un disastro stia per accadere da un momento all’altro, al di là delle possibili prove realistiche intorno a noi.
  2. Pensiero tutto o nulla. Non esistono sfumature, ma solo il bianco e il nero: ogni valutazione è nella sua forma più estrema.
  3. Doverizzazione. C’è un’idea fissa e rigida di come ci si dovrebbe comportare e si innesca una valutazione negativa quando queste aspettative assolute vengono disattese.
  4. Personalizzazione. Quando le cose vanno male o gli altri si comportano male, crediamo che sia colpa nostra.
  5. Lettura del pensiero. Crediamo di sapere ciò che gli altri pensano e provano, anche al di là delle possibilità più probabili.
  6. Etichettamento. Attribuiamo etichette globali, arrivando a conclusioni drastiche su noi stessi e gli altri.

Le distorsioni cognitive non sono però una prigione senza via di uscita. Imparando a riconoscerle possiamo diventare sempre più consapevoli dei nostri pensieri automatici, mettendoli anche in discussione. Spezzare le catene che ci tengono prigionieri, per coltivare i nostri mondi interni, perché è attraverso di essi che entriamo in relazione con il mondo.

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Conclusioni

La cosa più importante da ricordare è che noi non siamo i nostri pensieri. Certo, interpretiamo il mondo attraverso la nostra mente, ma questo non significa che i nostri pensieri siano la realtà.

È importante dunque non fonderci con ciò che pensiamo, imparando a distinguere la realtà dalle nostre credenze. E nella Terapia Cognitivo-Comportamentale si lavora proprio su questo. Quello che possiamo fare è cambiare il rapporto che abbiamo con i nostri pensieri, interrompendo il ciclo della sofferenza e provando a vederli finalmente per quello che sono davvero: pensieri.

Riferimenti bibliografici

  • Beck, J. S. (2013). La terapia cognitivo-comportamentale. Edizione Italiana a cura di A. Montano. Roma: Astrolabio Ubaldini Editore.
  • Anolli, L., & Legrenzi, P. (2006). Psicologia generale. Il mulino.
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  • Kahneman, D. (2013). Pensieri lenti e veloci. Mondadori.
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Disclaimer: lo scopo del presente articolo quindi è puramente informativo e divulgativo: non si sostituisce ad un percorso di terapia personale, a un iter diagnostico o a una visita medica. Il presente articolo ha il solo scopo psicoeducativo.

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