Ma cosa si fa davvero in terapia?
E perché noi psicologi diciamo che siamo guidati da schemi interpersonali?
Ti spiego in termini semplici e accessibili i principi della Terapia Metacognitiva Interpersonale e della Terapia Cognitivo Comportamentale; descrivendo cosa sono gli schemi interpersonali e perché la relazione terapeutica è così importante.
Tutto comincia con un paio di occhiali un po’ appannati.
Tempo di lettura: 8 minuti.
Indice
- Introduzione
- Cosa sono gli schemi interpersonali
- Il “Sacro Graal” della Terapia Cognitivo Comportamentale
- Il ruolo del nostro corpo
- E cosa fa la terapia?
- La relazione terapeutica
- Il paziente attivo
- Il concetto di recovery
- Conclusioni
Introduzione
Cosa significa quando noi psicologi diciamo che siamo guidati da schemi interpersonali? Semplicemente che guardiamo il mondo e la vita attraverso il filtro dei nostri personali occhiali. Peccato che a volte questi occhiali sono miopi.
Compito della terapia è proprio quello di portarci pian piano a riconosce di indossare degli occhiali e a permetterci di cambiarli in modo più flessibile (magari mettendo quelli da sole quando è bel tempo).
Attraverso la metafora degli occhiali, che piace tanto a noi psicologi, parliamo del percorso terapeutico così come descritto dalla Terapia Metacognitiva Interpersonale e dalla Terapia Cognitivo Comportamentale.
Ma cosa sono gli schemi interpersonali?
Siamo guidati da schemi interpersonali, ma cosa sono?
Gli schemi interpersonali sono una mappa dinamica del mondo, un vero e proprio sistema di previsione basato su memorie e apprendimento ripetuti nel corso del tempo e delle esperienze dell’individuo. Sono disfunzionali quando diventano rigidi e inflessibili.
Questo significa, in parole semplici, che siamo miopi… ma che a volte utilizziamo gli occhiali sbagliati per farci strada nel mondo.
Il “Sacro Graal” della terapia cognitivo comportamentale
Il fondamento della Terapia Cognitivo Comportamentale è che non è la situazione reale di per sé, ma la sua interpretazione, a determinare le conseguenze emotive, comportamentali e fisiologiche dell’individuo. Questa interpretazione viene spesso identificata nei pensieri automatici del paziente, influenzati da credenze intermedie e profonde su di sé, sugli altri e sul mondo.
Ma dove lo impariamo? Vivendo, ovunque: scuola, famiglia, religione… anche quando andiamo a fare la spesa al supermercato.
Questa relazione tra interpretazione della realtà e sofferenza psicologica, viene definita spesso come ABC: dove A è la situazione, che viene interpretata da dal pensiero B e di conseguenza provoca C, l’emozione. Questo significa che ognuno di noi legge e interpreta il mondo attraverso il filtro dei suoi occhiali, che a volte neanche sa di indossare, essendo questi processi prevalentemente impliciti e immediati.
Il ruolo del nostro corpo
Mente e corpo non sono così separati come può sembrare in un primo momento: per esplorare i mondi interni e sbrogliare le matasse emotive bisogna anche capire come queste stesse emozioni si incarnano in noi. Riuscire a comprendere cosa prova ci permette di conoscere meglio noi stessi: non è sempre facile riuscire a capire quali emozioni ci attraversano. Ma il nostro corpo è saggio e spesso ci manda segnali ben precisi per aiutarci a districare la nostra matassa emotiva… dobbiamo solo imparare ad ascoltarlo. Questo significa che le nostre emozioni sono incarnate: il nostro corpo è una mappa.
La nostra mente dunque non può essere considerata come isolata dal contesto del corpo: le sensazioni e le esperienze corporee sono essenziali per comprendere il mondo e anche per interpretarlo. La nostra cognizione è infatti situata, basata sul nostro corpo: anche nel momento in cui non c’è un ambiente strettamente legato all’attività cognitiva in questione, la cognizione si basa su stimoli sensoriali e motori, anche a livello di attivazione neuronale.
Tutti i nostri processi cognitivi sono incarnati: la memoria di lavoro, il linguaggio, la memoria episodica, il problem solving, sono tutte attività legate a sequenze di immagini che simulano l’azione corporea o che anticipano l’azione. La sensorialità influenza tutti i nostri processi cognitivi, anche quelli interpersonali e sociali: la nostra mente è una mente non avulsa dal contesto, ma che ragiona sulla base delle sue azioni nel mondo.
E cosa fa la terapia?
La terapia cerca di rendere questi schemi interpersonali rigidi e inflessibili un po’ più aperti alla possibilità di leggere il mondo anche in altri modi. In sostanza, prova ad aggiornare il sistema di previsioni quando questo è disfunzionale. Per farlo, bisogna aiutare il paziente a formare e a riconoscere un vero e proprio modello del suo funzionamento mentale. Solo quando sappiamo di essere guidati da schemi interpersonali, possiamo allora provare a cambiarli.
Cioè, in terapia ci accorgiamo di indossare degli occhiali e proviamo a cambiarli – anche se ci vuole tempo, perché gli occhi devono abituarsi a questo nuovo modo di vedere il mondo. Questo, secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale, avviene in due fasi distinte del percorso terapeutico:
- La formulazione condivisa del funzionamento della mente del paziente;
- La promozione del cambiamento.
La relazione terapeutica
Il filo conduttore di tutto questo percorso, elemento fondamentale della terapia stessa che va sempre monitorato, è la relazione terapeutica.
Paziente e terapeuta sono infatti in una relazione tra di loro, basata sui principi del sistema motivazionale della cooperazione. Si genera così una vera e propria alleanza, costituita da tre elementi distinti:
- Bond: cioè la relazione;
- Goal: cioè gli obietti condivisi;
- Task: cioè i metodi e i compiti tramite i quali raggiungere gli obiettivi.
In sostanza, per semplificare: ci dobbiamo stare simpatici, dobbiamo sapere dove vogliamo andare e anche quali strumenti utilizzare per raggiungere la nostra meta.
Il paziente attivo
Uno dei principi più importanti della terapia in generale e della Terapia Cognitivo-Comportamentale nello specifico è che il più grande cambiamento avviene nel tempo che intercorre tra una seduta e l’altra. Questo significa, nell’ottica Cognitivo-Comportamentale, mettere in atto esercizi, compiti, esperimenti comportamentali che permettano di sperimentare nella vita reale ciò di cui si parla e si esplora in seduta. Il paziente quindi è un agente attivo e cooperativo del processo terapeutico.
Il concetto di recovery
La sofferenza psicologica non può sparire come per magia con l’aiuto di una bacchetta fatata: perché non esiste un libro degli incantesimi che può far scomparire il nostro dolore. L’unico modo che abbiamo per superarlo è quello di attraversarlo, come una strada di mattoni gialli, nel percorso di recovery.
Ma cosa significa guarigione? Tante cose e a volte anche diverse tra loro.
Perché la guarigione segue lo stesso andamento della vita: non quello di una linea retta,
ma un percorso oscillante fatto di alti e bassi, di nuovi equilibri… come le onde del mare. E come le onde possono essere gentili e calme, così possono invece essere in tempesta: navighiamo nel mare della vita, seguendo le curve dell’acqua.
Quindi la recovery è un percorso unico, fatto di salite e discese, di svolte che sembrano farci tornare indietro per poi procedere in avanti. Recovery significa riuscire a trovare un nuovo equilibrio, tollerando le onde del mare anche quando è in tempesta.
La terapia ti apre alla possibilità. Alla possibilità di inseguire i tuoi obiettivi, di rispettare i tuoi valori. Diventando anche altro da ciò che hai vissuto in passato.
Conclusioni
In terapia avviene un incontro tra universi, in un luogo sicuro dover poter esplorare mondi interni e comprendere che indossiamo degli occhiali (che però non sempre funzionano) e provare a cambiarli. Per tornare a vedere i colori del mondo con più flessibilità, aprendosi alla possibilità di scelta.
Terapia è anche (forse soprattutto) cambiamento. Comprendere con quali lenti guardiamo il mondo e provare a cambiare occhiali per distinguere più chiaramente forme e colori.
Aprirsi alla possibilità di essere, in modo autentico – perché non basta solamente comprendere i se e i ma, è necessario anche vivere ed esperire l’azione stessa del provare a mettere in atto soluzioni e strategie diverse. Nuovi modi di esistere.
Lo scopo del presente articolo quindi è puramente informativo e divulgativo: non si sostituisce ad un percorso di terapia personale o a un iter diagnostico, ma ha il solo scopo psicoeducativo.
Bibliografia:
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- Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale per i disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
- Dimaggio, G, Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina, Milano.
- Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. Editori Laterza.
- Salvatore, G., Dimaggio, G., Popolo, R., & Ottavi, P. (2019). La relazione terapeutica nella terapia metacognitiva interpersonale. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva: 45, 2, 2019, 119-139.
- Beck, J. S. (2013). La terapia cognitivo-comportamentale. Edizione Italiana a cura di A. Montano. Roma: Astrolabio Ubaldini Editore.
- Bordin, E. S. (1979). The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance. Psychotherapy: Theory, research & practice, 16(3), 252.
- Jurist E. J., (2019). Tenere a mente le emozioni. La mentalizzazione in psicoterapia. Milano: Raffaello Cortina.
- Nummenmaa, L., Glerean, E., Hari, R., & Hietanen, J. K. (2014). Bodily maps of emotions. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(2), 646-651.
Siti utili per approfondire:
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